L’aborto spontaneo è un evento che colpisce circa una donna in gravidanza su cinque (dal 15% al 30% delle gravidanze, secondo le diverse statistiche). In particolare, secondo i dati ISTAT, nel nostro paese avvengono circa 70.000 casi di aborti spontanei l’anno, con una frequenza più alta nelle donne oltre i 40 anni di età.

Proprio l’elevata frequenza di questo avvenimento ha portato, negli anni, alla sua totale banalizzazione. L’aborto è diventato un non-evento, la perdita precoce, un non-lutto, i bisogni psicologici delle donne colpite “un’esagerazione”.

Come psicoterapeuta che lavora da anni con pazienti, soprattutto donne, ho potuto notare che, ad un certo momento del percorso di cura, quasi sempre per chi aveva avuto l’esperienza di un aborto, questo evento riaffiorava; anche in coloro che lo avevano razionalizzato come l’unica scelta possibile. E’ stata una scelta con la quale fare i conti nel presente della vita di queste persone e quasi sempre l’evento rappresentava in alcune una sindrome da Stress post-traumatico, in altre la presenza di uno stato depressivo importante.

Spesso parlare dell’aborto di un figlio è difficile, è ancora più duro riconoscere che quest’evento è causa del malessere che la persona sta vivendo.

Lo stress successivo è reale anche se non sempre viene ricondotto all’aborto e determina un senso di vuoto, fatica ad andare avanti, difficoltà nelle relazioni, soprattutto negli attaccamenti successivi, bassa autostima, sensi di colpa, chiusura in se stessi, tristezza.

Per questo dare un nome al dolore, cominciando a vedere che la vita si è interrotta, rappresenta il passo necessario verso l’elaborazione.

Ancora oggi l’opinione pubblica tende a pensare a questa scelta non come un male in sé, non come una sofferenza per la donna e per l’uomo, ma semplicemente come una scelta possibile e necessaria in talune circostanze…

mentre è ormai noto che:

  1. L’interruzione volontaria della gravidanza è un fattore di rischio per la salute mentale della donna;

  2. L’esperienza abortiva in tutte le sue forme è traumatizzante.

Le conseguenze dell’aborto sulla vita di una giovane donna sono comuni a molte esperienze di questo tipo:

  • la sofferenza viene vissuta in silenzio

  • la sofferenza crea una lacerazione

  • pensare alla scelta come l’unica possibile

  • la vergogna

  • avere poco tempo per scegliere

  • sentirsi sole e senza sostegno

  • il prevalere della cultura dominante dove il figlio è visto come un limite alla propria realizzazione, ed il pensarsi sole e senza sostegno di fronte a quest’evento

  • il farsi carico di tutto e i conseguenti sensi di colpa e l’autoaccusa

  • pensieri ricorrenti sul bimbo non nato

  • bassa autostima e isolamento, difficoltà nei rapporti affettivi

  • ricerca di una compensazione, di una strada possibile per risolvere il trauma.

Si parla spesso di “maternità non voluta” ma dovremmo capire che è, prima di tutto, “maternità non pensata“; per questo occorrerebbe la disponibilità di spazi di ascolto non giudicante e di sostegno specializzato.

Nella donna che si trova a fare questa scelta è visibile, “attorno a lei”, un mancato riconoscimento dell’esistenza e della morte del bambino, ed il prevalere in lei del legame che la lega a lui in modo totalizzante e traumatico: questo è quanto meno un rischio concreto che l’I.V.G. (l’Interruzione Volontaria di Gravidanza.) comporta.

L’augurio è che si possa sempre più raggiungere sia una corretta informazione che la possibilità di sostegno e tutela della donna nei diversi momenti della sua vita, in modo particolare durante il suo periodo fertile: dall’adolescenza alla cura della maternità , che può essere voluta ma anche subita.

Dott.ssa Lorella Melis

Psicologa e psicoterapeuta NSG-ODV

*Foto di Mario Frassine