La denatalità che il nostro Paese vive da molto tempo, sottovalutata dai mezzi d’informazione e dalle forze politiche, è vissuta più come un modo nuovo di concepire la famiglia che come una calamità economica. Al contrario, la progressiva rarefazione dei bambini sta creando ampi vuoti in numerosi settori lavorativi legati alla loro presenza che si riflettono negativamente sull’economia del Paese.

Negli ultimi dieci anni abbiamo avuto una continua e impressionante discesa delle nascite, diminuite in un solo decennio del 25,2% e con una tendenza alla decrescita che non conosce soste. Dai dati provvisori Istat dei primi cinque mesi 2020, il calo continuerebbe ancora. Si pensi che, solo cinquant’anni fa, nel 1970, i nati furono 906.000, già discesi, nel non lontano 2000, a 543.000!

Unitamente a questo, ma nei fatti più grave, è il calo delle potenziali madri, dovuto alla riduzione delle nascite dagli anni ’70 in poi, cui si è aggiunta una tendenza in diminuzione riguardante il tasso di fecondità totale (TFT) delle donne italiane, che ha raggiunto il minimo nell’anno 2018 con 1,29 nati per ogni donna in età fertile. Tutti questi fattoti hanno portato il nostro Paese tra i fanalini di coda nella graduatoria mondiale della natalità.

Oltre allo spopolamento del territorio, il calo delle nascite ha in campo finanziario, e anche a breve termine, un gravissimo effetto negativo sullo sviluppo economico di tutta la collettività.

I bambini sono abitualmente visti come un “costo” e di rado ci si ferma a considerare come, già dalla gravidanza e dal momento della nascita ma ancor più nella fase del loro accrescimento, la loro presenza e la loro assistenza occasioni la necessità di figure professionali a essi dedicate. Queste ultime, benché portatrici di spesa per la comunità, costituiscono in realtà formidabili opportunità lavorative che immettendo energie e redditi monetari in un sistema aperto di mercato.

Riesce perciò difficile immaginare qualcosa di più produttivo di un neonato che, già dalla gravidanza, ha soltanto esigenze che mettono in moto moltissime personalità lavorative per le quali egli è motivo di guadagno. Inoltre, causa quasi imbarazzo ammetterlo, ma i bambini sono coloro che, tra pochi decenni, costituiranno la fascia portante dei “consumatori”, capaci di generare le nuove richieste di mercato.

Prendiamo in esame alcune categorie professionali e alcuni segmenti di marketing che traggono ragione di essere e sostentamento dalla presenza dei bambini: il mondo della scuola, il commercio del settore “Kids” e il settore Salute.

La Fondazione Agnelli, Istituto Indipendente di ricerca nelle Scienze Sociali, ha pubblicato un’analisi dal titolo “Scuola. Orizzonte 2028”, in cui evidenzia come, nei prossimi dieci anni, l’evoluzione demografica in atto comporterà in Italia una considerevole contrazione della popolazione studentesca nella fascia di età da 3 a 18 anni.

La fetta di studenti si ridurrà complessivamente da 9 a 8 milioni circa e questo comporterà la progressiva scomparsa di decine di migliaia di classi e di circa 55mila cattedre.

La Fondazione Agnelli ha calcolato che la perdita dei posti/cattedre, potrebbe comportare annualmente minori compensi per i professori statali per 1.826 milioni di Euro. Il risparmio per lo Stato è illusorio se si considera che i lavoratori della scuola italiana appartengono a quel settore del 12% di contribuenti con trattenute alla fonte che pagano il 58% delle tasse, contribuendo così alla gran parte del gettito Irpef, a sua volta fonte di retribuzioni/pensioni per molte categorie di cittadini.

A partire dal concepimento, ogni nuova gestazione necessita di molteplici figure professionali sanitarie e il diminuire delle nascite può facilmente comportare un decadimento delle competenze specifiche di strutture periferiche o poco frequentate. C’è il pericolo che l’inarrestabile e continuo calo della natalità renda inevitabile una soppressione dei centri nascita minori, con tutti i rischi sanitari connessi ma anche con le negative ricadute economiche sul territorio. In Italia i pediatri di famiglia, negli ultimi dieci anni, hanno perso più di 500 mila potenziali assistiti.

I bambini muovono un mercato particolare fatto di alimenti, giocattoli, editoria e cartoleria, parchi ludici e di divertimenti, che è destinato a contrarsi ulteriormente nel tempo sottraendo numerosi posti di lavoro. E’ di comune osservazione che nella grande distribuzione le aree alimentari e merceologiche destinate ai bambini stanno perdendo spazi e importanza. Il settore alimentare del latte vaccino, di cui i bambini sono i primi consumatori, ha subito negli ultimi anni una crisi paurosa di volumi di vendita. Così quello della moda Junior, altro settore di vitale importanza per l’industria italiana, rischia pesanti contraccolpi per un mercato ormai povero di consumatori 0-14 anni.

E’ vero che, in un mondo senza bambini, l’ingegno degli imprenditori ha spostato i target economici e affettivi verso fasce di età più numerose come gli anziani o altri settori come gli animali da compagnia, ma tutti questi hanno un minore arco vitale mentre i bambini, oltre ad avere la vita davanti a sé, sono i futuri produttori e consumatori e gli unici a potere e dovere sostenere il peso del sistema pensionistico (continua).

Dr. Paolo Masile

Specialista in Pediatria, già Pediatra e Neonatologo presso A.O. Brotzu – Cagliari

*Foto di Odra Zanon