La gravità e la desolazione dello spopolamento di vaste zone del territorio nazionale, è tale che molti amministratori di piccoli comuni hanno lanciato l’idea di vendere le abitazioni abbandonate a prezzi simbolici. Queste iniziative difficilmente si trasformano in progetti di ripopolamento stabile. Non vi può essere vera ripopolazione se non alla presenza di chi, in futuro, possa garantire una stabilità demografica con l’alternarsi delle età della vita.

Con il termine “dividendo demografico” s’intende la quota di crescita economica che può derivare dall’aumento della quota di popolazione in età lavorativa (15-64 anni). Bankitalia, nella sua analisi dal titolo “Il contributo della demografia alla crescita economica” conclude: “Le modifiche nella struttura per età della popolazione hanno prodotto nel passato un dividendo demografico positivo. Al contrario negli ultimi venticinque anni e con ogni probabilità nel futuro, la demografia ha dato e darà un contributo diretto sensibilmente NEGATIVO alla crescita economica. I flussi migratori previsti limiteranno l’ampiezza di tale contributo negativo, ma non saranno in grado di invertirne il segno”. Le proiezioni demografiche da qui a dieci anni, dimostrano che in Italia mancherà un milione circa di 40 enni, elemento portante del sistema produttivo.

Le nazioni europee più evolute hanno compreso da molto tempo che la denatalità rappresenta forse la madre di tutti i problemi economici e sono intervenute per tentare di arginare il problema con programmi di aiuto alle famiglie per favorire nuove nascite.

Francia e Germania si sono adoperate con sostanziosi assegni fami-liari che spesso prescindono dal reddito, a indicare che, qualunque sia l’introito della famiglia, ogni figlio rappresenta primariamente una ricchezza per la nazione intera. La Svezia ha invece concentrato i suoi sforzi nel campo dei congedi familiari con ben 240 giorni di congedo per ogni figlio a ogni genitore, padre compreso e in questo Paese è consentito ai bambini più piccoli la frequenza all’asilo durante le ore lavorate da padre e madre, accortezza necessaria per garantire il mantenimento del posto di lavoro a entrambi i genitori. Anche la Danimarca prevede un intervento di assegni familiari ma anche una serie di brevi e vivaci sussidi visivi sotto forma di cortometraggi “patriottici” con lo scopo di promuovere nuove gestazioni.

E l’Italia? Come si può vedere nel grafico seguente, le misure governative finora messe in atto non hanno portato ad alcun risultato.

Le ultime provvidenze varate nel dicembre 2019 sarebbero già superate dal “Family Act”, fumoso inglesismo per il decreto di legge approvato dalla Camera il 21 luglio 2020. L’assegno, ancora non precisato e secondo ancora non ben definiti scaglioni ISEE, dovrebbe essere corrisposto dal settimo mese di gestazione fino ai 21 anni. Il provve-dimento dovrebbe entrare in vigore dopo ben un anno dalla sua approvazione, ma ci sono perplessità sullo stanzia-mento annuo di soli sei miliardi. Bisognerà quindi verificare se questo “assegno universale” sarà effettivamente più appetibile della somma delle indennità finora erogate come detrazioni, bonus, assegni familiari e altro.

Anche la presenza nella legge di una clausola di salvaguardia, fa temere la possibilità di un assegno poco conve-niente per molte famiglie oltre a tediose lungaggini burocratiche. L’assegno unico, in ogni caso, avrà una procedura legata all’ISEE che, anche se più equa, non semplificherà certo la sua applicazione e non darà al bambino quella caratteristica di “ricchezza per la nazione” indipendente dal censo, che dovrebbe essergli riconosciuta.

In conclusione, lungi dal rappresentare una “spesa”, i figli sono da considerare una “risorsa” per l’economia nazionale. Essi generano necessità di figure professionali con conseguenti posti di lavoro e perciò consumi di primaria importanza che mettono in moto un ciclo produttivo virtuoso.

Ogni neonato, già dalla gestazione, rappresenta non solo una ricchezza affettiva, ma è anche un formidabile produttore di risorse per il territorio. Per questo ogni donna in gravidanza e, dopo la nascita, ogni famiglia, dovrebbero ottenere un particolare sostegno dalla collettività affinché l’intera società possa beneficiare delle opportunità di lavoro che ogni nuovo nato occasiona per gli altri e dell’apporto che renderà in futuro come cittadino attivo. I notevoli sforzi che le nazioni europee più progredite stanno facendo per incrementare la fertilità, sono la testimonianza più concreta che, oltre al valore sociale, ogni neonato possiede una fortissima e positiva valenza economica.

Se il denaro è il motore che fa girare il mondo, questo significa che per ogni bambino che non viene alla luce, la nostra società, e quindi ognuno di noi, perde un bel mucchio di soldi. Compresi quelli delle future pensioni!

Dr. Paolo Masile

Specialista in Pediatria, già Pediatra e Neonatologo presso A.O. Brotzu – Cagliari

*Foto di Mario Frassine