Accogliere in sé” ossia concepire

Dal momento in cui avviene il concepimento, ovvero l’unione del gamete femminile e maschile, possono passare alcuni giorni prima che la donna si renda conto di essere gravida. Questo perché dal quel momento a quello dell’annidamento, passano alcuni giorni, nei quali sussiste il “protagonismo biologico” dell’embrione umano e la “relazionalità” con la madre attraverso le microciglia che, nella tuba, lo accompagnano verso l’utero dove si anniderà. Quest’ultimo evento, definito “impianto”, è un «Un paradosso di biologia cellulare» (Denker, 2016) a cui collaborano la madre e il figlio, in un dialogo che è attivo per tutta la gravidanza e dopo la nascita.

La scienza ha riconosciuto che «l’embrione è un attivo orchestratore del suo impianto e del suo destino» (British Medical Journal, 2000) e che la relazione con la madre è uno dei tre livelli di evidenza scientifica di base, tra i quali spiccano il protagonismo biologico dell’embrione (ovvero il fatto ch’egli possegga un DNA unico e irripetibile) e il feto come paziente (ovvero il fatto ch’egli possa essere curato nel ventre materno o nascendo a settimane di vita precocissime durante le quali vi sono le possibilità di sopravvivenza).

Quando la madre riconosce i segni della probabilità di essere gravida (l’assenza di perdita mestruale è uno di questi), il suo corpo ha già soppresso il proprio sistema immunitario per consentire all’embrione impiantato di maturare (si ferma la produzione di cellule Natural Killer che fanno parte del sistema immunitario) e l’embrione si trova alla 4° o alla 5° settimana di maturazione. Di lì a pochi giorni il suo apparato circolatorio inizia a funzionare, dando vita all’attività cardiaca. Quando la donna vede saltare il suo secondo periodo mestruale, l’embrione sta quasi terminando l’organogenesi: dopo poco tempo, inizierà la maturazione dei tessuti, degli organi e la crescita corporea.

Convenzionalmente, in passato, si suddivideva la gravidanza in mesi, in seguito si è preferito – con l’avvento dell’ecografie e dell’embriologia – usare le settimane, riunendole in trimestri. Il primo trimestre inizia con il concepimento e termina alla 13° settimana, il secondo termina alla 26° settimana e il terzo alla 40°, tuttavia è importante ricordare che il diritto del bambino non va a peso e non dipende da una fase specifica di sviluppo: egli è, sin dalla fertilizzazione (quando lo spermatozoo entra nell’ovulo materno).

Il bambino è il medico della madre

Tra madre e feto sussiste uno scambio biunivoco: durante la gravidanza, il materiale genetico e le cellule vengono scambiati in modo bidirezionale tra il feto e la madre. A seguito di tali scambi, può verificarsi la persistenza delle cellule staminali estranee al DNA nel ricevente. I linfociti del bambino attraversano la placenta, entrano nel corpo della madre e provocano una reazione autoimmune anche molti anni dopo la gravidanza.

Oggi è stato appurato che le staminali donate dal figlio appartengono alla linea ematopoietica: servono, cioè, a produrre i vari tipi di cellule del sangue. Una volta nel corpo della madre riescono però a trasformarsi anche in altri tessuti. Ad esempio, sono state ritrovate nel fegato di donne malate di epatiti e nel cuore di donne che avevano subito un infarto.

Sono tante le storie di donne rimaste incinte in situazioni non sane: tossicodipendenti, galeotte, minorenni sbandate… L’arrivo del bambino ha sanato la vita della madre, venendo al mondo e mostrando alla donna il suo valore, la sua preziosità, le sue capacità. Accettare una gravidanza in situazioni ‘a rischio’ non è segno che la donna è ‘stata costretta a partorire’, ma segno che la fisiologia della gravidanza – ovvero del legame col figlio – muta sempre in positivo la vita della madre. Il bambino è segno tangibile che c’è speranza per quella donna. Quando questo non avviene e il bambino giunge in situazioni di disagio sociale, è segno che è la società che non lo accoglie; l’intervento culturale è sulla società, non sul bambino.

Legame indissolubile

Quando s’interrompe spontaneamente la gravidanza, non ci sono donne che riferiscono di aver “perso un embrione”, ma fanno riferimento al loro bambino. La grandezza dell’embrione o del feto è diversa, ma il lutto è del tutto uguale, il dolore è sovrapponibile. Gli studi effettuati su donne che hanno abortito volontariamente dimostrano che costoro parlano del loro “bambino”, non di un embrione.

Quindi, alla luce di tale relazione, come definire la gravidanza? Questa è certamente un aspetto fisiologico della vita della donna, che avviene quando la donna accoglie in sé la vita che giunge dall’uomo. Termina con una nascita che nella maggior parte dei casi è vaginale. Prosegue con l’allattamento. Numerosi studiosi del passato, posero la loro attenzione sulla relazione tra donna e concepito, poiché spesso gli atteggiamenti della donna facevano pensare al fatto che sussistesse una situazione quasi patologica dal punto di vista psichico. Tuttavia dovettero ricredersi.

Winnicot descrisse, ad esempio, come «preoccupazione materna primaria» quella grazie alla quale la madre empatizza col bambino per rispondere ai suoi futuri bisogni. Brazelton osservò che le donne gravide manifestano uno stato ansioso quasi patologico che si risolve fisiologicamente al momento della nascita: le donne, quindi, si adattano magnificamente al loro ruolo, preparandosi a uno stato di sensibilità verso il neonato.

Recamier descrisse come nel corso della gravidanza la donna tenda ad amarsi di più, come lei ami indistintamente il bambino che porta dentro di sé e il proprio corpo. Bydlowosky parlò di «trasparenza psichica» come di uno status della donna gravida nel quale la donna è ‘innamorata’ del figlio (sin dalle prime settimane di gravidanza).

La fisiopatologia del concepimento ha perciò definito il fenomeno di “annidamento psichico” che avviene quasi contemporaneamente a quello biologico, come uno sviluppo completo della donna che s’identifica gradualmente come madre, durante tutto il decorso della gravidanza: inizia con la scoperta dello stato gravidico, prosegue con la percezione dei movimenti fetali e si conclude con l’approssimarsi della nascita.

Tale maturazione è importante perché aiuta la donna, ripensando al suo essere figlia, a scegliere quelli che saranno i primi passi del suo maternage, della sua relazione affettiva ed educativa con il figlio. La donna comprende, nell’arco della gestazione, come lei stessa e il figlio non siano entità identiche, ma del tutto diverse: dando al figlio una sua personale caratterizzazione fisica e caratteriale, concede al figlio di essere un essere umano che avrà gusti e inclinazioni personali.

Esogestazione

Abbiamo definito la gravidanza come un percorso fisiologico che ha una durata: essa infatti inizia col concepimento (giorno 0, potremmo definirlo) e una cosiddetta “data presunta del termine” che si aggira intorno ai 266 giorni dopo. Questo periodo è un continuum con quello che avviene dopo la nascita che è, molto semplicemente, un passaggio dal ventre al seno materno (seno nel senso d’“insenatura”): l’endogestazione uterina prosegue con l’esogestazione, che terminerà circa al compimento del dodicesimo mese di vita extrauterina.

Tale momento coincide con l’inizio dell’esplorazione dell’ambiente circostante del bambino, che prova quella sana curiosità verso ciò che lo circonda e che lo fa comunque spontaneamente volgere al genitore che rimane e rimarrà per anni, il suo “porto sicuro”. L’inizio dell’esogestazione è fondamentale per la creazione del legame di attaccamento, che attualmente è fondamentale per lo sviluppo affettivo prima e sessuale dopo (Birnbaum, 2019).

Conservare il contatto fisico tra madre e neonato è fondamentale per i neonati fragili, i prematuri e i bambini sani: la relazione biunivoca stimolata da un rilascio ossitocinico (ricordiamo che l’ossitocina è un ormone ipotalamico che sovrintende alla conservazione della specie: possiede funzione prosociale – calma e connessione – ed è implicata nella fisiologia dell’accoppiamento, del parto e dell’allattamento, dei quali contestualmente governa i correlati aspetti comportamentali, il legame di coppia e il legame di attaccamento madre-bambino) è fondamentale per la madre, che si sente in grado di sopperire ai bisogni del proprio bambino (diminuisce la possibilità di maturare depressione post-parto), iniziando a produrre colostro per nutrire il neonato e «attaccandosi» al proprio bambino, e per questo, che produce pochi ormoni dello stress (glucorticoidi), sente la «voglia di vivere», stabilizza la respirazione e la temperatura, e si «attacca» alla madre. Nutrire al seno il neonato previene patologie anche mortali dell’apparato digerente.

Nulla è più misterioso e armonico del legame indissolubile che avviene tra madre e figlio in ogni momento della loro conoscenza: da quando la donna scopre la gravidanza, a quando il figlio adulto lascerà il “nido” familiare. Ovviamente tale legame rimane impresso nella memoria di chiunque di noi, anche se poi la vita ci porta verso l’adozione.

Come scrive Maria Teresa Silvestri in proposito: «I figli adottivi possono dover vivere tutta la vita nella nuova famiglia senza potersi riconoscere negli occhi del papà o nelle fossette della mamma, o finanche, nel caratteraccio solitario del nonno: ma, così aiutati nella ricerca di risposte alle loro domande (relative alle loro radici, ndr), possono finire per riconoscere di essere comunque simili a coloro che li hanno amati per scelta e di poterli a loro volta amare senza togliere niente a chi appartiene al passato e che in qualche modo hanno “ritrovato”, “conosciuto” e finalmente “accolto”» (https://www.stateofmind.it/2021/01/bambino-adottato-madre-biologica/).

L’attaccamento è possibile anche in caso di bambini adottivi, ma si sappia che un figlio deve poter essere accolto sempre per quello che è, nella sua dignità, nel suo essere parte del genere umano, al di là di quello che può “dare”, certamente per quello che può donare.

Rachele Sagramoso (ostetrica)