«Ogni donna che muore di parto per cause dirette o indirette, per emorragia ostetrica o per suicidio materno, è una storia di dolore e dramma che deve avere l’accuratezza dell’analisi e l’onore di una statistica. Perché dietro ogni numero c’è una storia, ci sono responsabilità che hanno la dignità del racconto. “Per riuscire a ridurre le cosiddette morti evitabili non è infatti sufficiente conoscere la numerosità dei decessi, ma occorre analizzare nel dettaglio le cause e i processi che hanno portato alla morte materna. Oltre quante sono, il Sistema di Sorveglianza permette di sapere chi sono, analizzare il perché sono morte e soprattutto comprendere se la loro morte fosse evitabile”».

Chi scrive queste più che condivisibili parole è l’ex Ministro della Salute Giulia Grillo e il documento è il Primo Rapporto ItOSS Sorveglianza della Mortalità Materna – Italian Obstetric Surveillance System (ItOSS) – [a cura di Dell’Oroa, Maraschini, Lega, D’Aloja, Andreozzi e Donati] e risale al 2019.

Quante donne si tolgono la vita dopo aver interrotto la gravidanza? A sentire chi si occupa di aborto tra le file di chi si definisce “pro-scelta”, le donne che abortiscono e soffrono ci sono, ma sono poche. Sì ovvio, non è possibile eliminarle perché ci sarà sempre chi le farà sentire in colpa (la cultura, la Chiesa, i medici obiettori, non in quest’ordine), ma non fanno percentuale tanto da dubitare il fatto che esista il diritto ad abortire.

Tuttavia nel 2019, 18 donne si sono tolte la vita dopo aver scelto di interrompere la gravidanza, altre morti si sono verificate dopo 5 aborti volontari (di cui 3 chirurgici, 1 farmacologico e 1 illegale). Questo sta a significare che 23 donne sono morte, in Italia, a causa del cosiddetto “diritto” ad abortire.

In effetti è necessario porsi una questione, alla luce di quello che il medesimo documento riporta come indicazione, al momento in cui la donna richiede d’interrompere la gravidanza: «Nonostante i frequenti contatti che le donne hanno con i servizi e i professionisti sanitari in occasione della gravidanza e nel periodo perinatale, questi disturbi, spesso gravi, non vengono riconosciuti dai professionisti che assistono il percorso nascita e non risultano nelle cartelle ostetriche.

Al fine di prevenire il suicidio materno è pertanto raccomandata una valutazione di routine della storia presente e passata per problemi di salute mentale della donna durante la gravidanza, dopo il parto, prima e dopo una IVG e dopo un aborto spontaneo, oltre a una migliore comunicazione e continuità delle cure tra servizi per la maternità e per le IVG, servizi per la salute mentale, medicina generale e pediatria di libera scelta».

Nonostante quello che si dice, la donna che vuole abortire è sola. Ciò che avviene è semplicemente che si reca da un operatore sanitario – di solito consultoriale -, richiede il certificato per interrompere la gravidanza e si sottopone all’intervento o richiede la RU486.

Nei consultori, soprattutto se la donna si trova di fronte a operatrici ideologicamente schierate, ricevere il certificato per abortire è più semplice di quello che si pensa: essendo un cosiddetto diritto, le donne che richiedono questo tipo di assistenza vengono assolutamente assecondate. Del resto, se un operatore mostra segni di titubanza o compie tentativi di rallentamento perché – forse – percepisce che la donna possa avere delle «pregresse prescrizioni di psicofarmaci e/o diagnosi di disturbo mentale e/o contatto con uno specialista della salute mentale1» (e la donna non ce l’ha scritto in fronte), potrebbe essere tacciato di essere un sanitario che attua un comportamento coercitivo potenzialmente segno di “violenza ostetrica”.

Sì perché una delle due associazioni2 che si occupano di questo fenomeno, che è reale e drammatico in tantissimi racconti delle donne, la definisce come: «Ostacolare la donna nella sua scelta di abortire o di ricorrere alla contraccezione» oppure «Non dare alla donna che abortisce informazioni su pratiche mediche ed eseguirle senza il suo consenso»: quindi gli operatori sanitari, prima di cadere nella trappola di essere additati come violenti, consegnano volentieri ciò che è richiesto, senza provare a formulare proposte alternative.

Quando la donna si reca in ospedale per essere sottoposta a IVG o per ritirare la prima delle compresse di RU486 (e poi per la seconda), chi incontra? Operatori sicuramente non obiettori che non hanno il tempo, la voglia, la possibilità di sapere ch’ella è una persona fragile a livello psichico. Quindi la donna, dall’inizio alla fine della sua libertà di scelta, è sola. Ovvio: la solitudine non è magari legata alla sua esistenza nella società. Forse è una giovane donna, forse è moglie, forse una madre: quali di queste, impiccandosi o lanciandosi nel vuoto, è realmente sola. Chi risponde alla devastante e drammatica perdita subita dai familiari? C’è chi ha il coraggio di ammettere che sia un diritto?

In modo ipocrita nessun articolo, nessun dito alzato né una scarpa rossa: le cosiddette femministe, che sollevano mari e monti se una donna è uccisa dal compagno (giustamente), non si assumono la responsabilità di mettere in dubbio che quello di abortire sia un diritto. Tuttavia, se lo fosse, avrebbe un corrispettivo nel dovere. Per esempio – come ammette e dichiara il documento dell’Istituto Superiore di Sanità – quello di essere sostenute nel disagio post-abortivo, gratuitamente.

Questo servizio, che dovrebbe ricadere nei servizi di salute mentale e ricevere un luogo preposto in tutte le ASL che provvedono all’aborto, però non viene preso in considerazione: se lo si facesse, si dovrebbe ammettere che qualcosa, nel modo in cui la Sanità ha organizzato il servizio di interruzione della gravidanza, scricchiola.

L’omertà dell’ISS che pubblica il numero di donne che si suicida dopo un aborto volontario, si nasconde parzialmente dietro il fatto che potrebbero essere donne che hanno delle fragilità psichiche precedenti alla loro scelta e omette di accusare il SSN che non provvede a fornire un servizio di sostegno nel post-aborto. Questo è drammatico e sta a significare che ciò che non si vuole ammettere è che di aborto volontario si muore anche volontariamente.

Rachele Sagramoso

Ostetrica

1 Rapporto ItOSS. Sorveglianza mortalità materna, pag. 52 https://www.epicentro.iss.it/itoss/pdf/ItOSS.pdf

2 In Italia, le associazioni ufficiali contro la Violenza Ostetrica sono la OVOItalia (Osservatorio sulla Violenza Ostetrica https://ovoitalia.wordpress.com/) e la Freedom for Birth Action Group (collegata a Non Una di Meno https://nonunadimeno.wordpress.com/)