Il richiamo delle Sirene incantatrici è tornato dallo scorso mese di febbraio (2021) in diverse città italiane: cartelloni di grandi dimensioni mostrano una ragazza dal volto semplice e sereno che rassicura sulla pillola RU486, “una conquista da difendere”, “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne”. Uno slogan suadente, se non fosse che dietro tanto entusiasmo c’è l’uccisione di esseri umani innocenti con l’abominevole crimine dell’aborto. Il linguaggio è sempre lo stesso: non si chiamano le cose con il loro nome, ma le si edulcorano con espressioni e aggettivi che camuffano la realtà oggettiva.

La RU486 non è un successo, né dal lato dei bambini, né dal lato delle donne, né sotto il profilo della legalità.

Per i primi, l’idea di consentire l’uccisione del feto mediante la semplice assunzione di una pillola ha l’effetto di abbassare la soglia di attenzione sulla gravità dell’atto che si compie. Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, e con essa il bambino che si aspetta nel grembo.

Dal lato delle donne: vi sono studi che dimostrano come la RU486 sia più pericolosa dell’aborto chirurgico: è stata evidenziata una “mortalità dello 0,78/100.000 ivg farmacologiche contro una mortalità dello 0,085/100.000 ivg chirurgiche, cioè la mortalità per aborto volontario farmacologico è 9,18 volte maggiore di quella per ivg chirurgiche. È così dimostrata in modo evidente ed innegabile la falsità ingannevole dello slogan “una scoperta scientifica meravigliosa per la salute delle donne” (Comunicato stampa n. 1 del 25.2.2021 dell’Associazione Italiana Ginecologi Ostetrici Cattolici).

Sotto il profilo della legalità, in quanto viene oltrepassato ogni limite che la l. 194/1978 pone per l’accesso all’aborto. L’art. 4 della legge consente l’ivg entro i primi novanta giorni quando dalla prosecuzione della gravidanza, “il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito”. Questo preventivo accertamento viene saltato a piè pari con l’aborto farmacologico.

La campagna a favore della RU486 sembra poi violare il decreto legislativo n. 219/2006 (“Attuazione della direttiva 2001/83/CE relativa ad un codice comunitario concernente i medicinali per uso umano”) il quale, all’art. 115, vieta la pubblicità presso il pubblico dei medicinali che possono essere forniti soltanto dietro presentazione di ricetta medica.

La RU486 designa il prodotto Mifegyne rispetto al quale in Italia non esiste il “farmaco” equivalente. Chi scrive RU486 dice dunque Mifegyne. Lo stesso foglio illustrativo e i documenti dell’AIFA utilizzano la sigla RU486 come termine identificativo o sinonimo del Mifegyne. Inoltre, nel linguaggio comune si è affermato l’uso di riferirsi alla c.d. pillola abortiva a base di mifepristone utilizzando semplicemente la sigla “RU486” (o “pillola abortiva RU486”).

Presentare quel prodotto, in un messaggio rivolto alla generalità dei cittadini, come una scoperta meravigliosa per la salute, come assolutamente sicuro ed efficace senza menzionare effetti indesiderati o collaterali e possibilità di reazioni avverse, è idoneo a favorirne il consumo e costituisce comunque pubblicità verso il pubblico vietata secondo la legge, non risultando essere intervenuta autorizzazione del Ministero della Salute.

Avvocati Marco Basciu e Raffaele Soddu