Una ‘balia dell’aborto’. Si autodefinisce così Bernard Nathanson, tra i fautori dei grandi colossi abortisti americani sin dal loro sorgere. Nella sua autobiografia, La mano di Dio, disponibile per la prima volta anche in italiano (Tau Editrice 2020, pp. 244), il celebre abortista statunitense ripercorre le sue vicende biografiche e professionali nelle tappe più significative.

Dopo aver personalmente diretto più di 75.000 aborti, compreso quello di suo figlio, e combattuto personalmente per la legalizzazione negli USA della strage silenziosa di milioni di innocenti, Bernard Nathanson si converte, abbandona anche la sua carriera fiorente di medico, per dedicarsi alla tutela del diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale, divenendone uno strenuo difensore.

Il padre è un medico ebreo che apostata la fede jahvista, sebbene ne continui a celebrare per mera ritualità formale le principali festività, per cui sin da giovane il figlio ritiene «che la religione non ha niente da darmi, è solo un peso».

Divenuto medico in Canada, Nathanson avrebbe presto rinnegato il giuramento di Ippocrate praticando aborti. La prima vittima è il figlio ‘non desiderato’ avuto con Ruth. Racconta le ore drammatiche che precedono l’evento con queste parole: «La notte prima dell’aborto dormimmo insieme abbracciati; piangemmo entrambi, per il bimbo che stavamo per perdere, e per l’amore che entrambi sapevamo sarebbe stato irreparabilmente danneggiato da quello che stavamo per fare. Non sarebbe mai più stato lo stesso per noi». E in effetti, col senno di poi, tale decisione lo aveva reso «complice di un crimine innominabile».

Nel corso della sua carriera professionale, il dottor Nathanson si vanta di aver fatto abortire i figli dei suoi amici e colleghi, delle sue conoscenze casuali e perfino dei suoi insegnanti, senza aver mai avuto un filo di dubbio o un tentennamento, fiducioso di star rendendo un grandissimo servizio a quanti si rivolgevano a lui in virtù della sua competenza.

Sul piano affettivo, Nathanson ha alle spalle due matrimoni falliti. La prima moglie è ebrea, con lei vive «un matrimonio ridotto presto a scambio di cortesie e a tiepido sesso».

Nel 1967, dopo le chiacchierate con un magnate ebreo ossessionato dall’aborto di nome Laurence Lauder, Nathanson si convince che l’aborto illegale sia «il killer numero uno delle donne incinte» e decide perciò di combattere in prima linea una battaglia culturale per rendere l’aborto libero, sicuro e gratuito. Come? Dando in pasto alla propaganda di giornali e televisioni (come è stato fatto a suo tempo anche in Italia) dati falsi relativamente alle cifre dell’aborto clandestino. Per cui, ad esempio, se «negli Stati Uniti c’erano forse più o meno trecento donne che morivano per aborti illegali ogni anno negli anni ‘60, NARAL (associazione pro-choice, ndr) dichiarava di avere in mano dati che riportavano la cifra di cinquemila donne morte».

E proprio su sollecitazione di Nathanson e di Lauder nasce negli Stati Uniti la Lega d’Azione Nazionale sul Diritto all’Aborto, che esiste ancora oggi e comprende tutti i ‘diritti’ legati alla cosiddetta ‘salute riproduttiva’.

Di qui, racconta l’abortista statunitense, «con i soldi e la politica presto misi insieme uno staff di medici di cui ogni grande ospedale sarebbe andato orgoglioso: medici coscienziosi, attenti, dignitosi, devoti al loro lavoro, senza quasi nessun dissenso interno, e non guastati da scrupoli etici».

Tuttavia, con l’avvento della tecnica degli ultrasuoni, quando «cominciammo ad osservare il cuore del feto sul monitor elettronico. Per la prima volta cominciai a pensare a quello che realmente facevamo nella clinica. Per la prima volta potevamo realmente vedere il feto umano, misurarlo, osservarlo, controllarlo, e addirittura legarci ad esso, e amarlo».

Di qui il «re degli aborti» giunge a una nuova consapevolezza empirica. Nel 1974 in un articolo scientifico pubblicato sull’autorevole New England Journal of Medicine scrive: «Non vi è più alcun dubbio nella mia mente che la vita umana esiste nell’utero dal primo momento della gravidanza, nonostante il fatto che la natura della vita intrauterina sia stata oggetto di notevoli dispute nel passato».

Così nel 1979 Nathanson pratica il suo ultimo aborto, affermando di essere arrivato alla conclusione «che non c’era nessuna ragione per l’aborto, mai; questa persona nel grembo è un essere umano vivente e noi non potevamo continuare a fare una guerra contro il più indifeso degli esseri umani».

Il ginecologo statunitense afferma anche pubblicamente che «l’aborto è un crimine» e abbraccia la ‘teoria del vettore della vita’, per la quale un «nuovo individuo è lanciato lungo un vettore di vita di inimmaginabile operosità». La ragione di Nathanson è avida, ha però bisogno ancora di conferme empiriche. Nel 1984 chiede allora una cortesia all’amico abortista: «“Guarda, fammi un favore, Jay. Sabato prossimo, mentre fai tutti questi aborti, sistema un apparecchio di ultrasuoni sulla madre e fammi una registrazione”».

Da quel filmato sono poi state estratte le immagini eloquenti del video The Silent Scream (‘L’urlo silenzioso’), un documentario dettato «dallo shock di una travolgente evidenza empirica» che aprirà gli occhi e le menti di tanti cosiddetti pro-choice.

Al tempo degli scontri violenti tra manifestanti, da un lato i difensori del diritto alla vita e dall’altro i suoi detrattori, Nathanson stesso rimane sorpreso dal fervore religioso dei primi, «che rimanevano seduti sorridendo, pregando e cantando, fiduciosi nella loro giusta causa e profondamente persuasi del loro trionfo finale».

La testimonianza dei pro-life gli fa accarezzare un pensiero che da un lato «trasformò il mio passato in un cesso ignobile di peccato e di male; mi accusava e mi dichiarava colpevole di delitti di primo grado contro tutti coloro che mi avevano amato, e contro quelli che io neanche conoscevo; e nello stesso tempo – miracolosamente – mi offriva un luminoso barlume di Speranza, nella crescente fiducia che Qualcuno era morto per i miei peccati e la mia malvagità duemila anni fa».

Di qui abbraccia la fede cattolica e diviene un testimone ancor più credibile, dati i suoi trascorsi, dell’esigenza di tutelare il diritto alla vita di piccoli innocenti senza voce sin dal grembo materno.

Recensione di Fabio Piemonte